Non è facile scrivere un DIARIO sulla Dakar 2005.
Non è possibile.
Un diario che comincia e finisce subito pensando a quello è successo. Non puoi ricordare nulla e resta solo un volto messo in cornice, un sorriso. Pesante. L’impressione che mi dava Fabrizio era veramente quella di un “animale” selvatico. Istintivo e mai controllabile. Il contatto quotidiano spesso arrivava solo in tarda giornata. Spesso era alla fine della Speciale o direttamente al Bivacco. Ad inizio giornata spesso era impossibile incontrarsi. Lui partiva all’alba ed io potevo essere già sulla pista dalla sera prima o ancora nel sacco a pelo. Quando ci si trovava, sovente alla fine della Speciale, era ancora concentrato nella corsa e quell’assalirlo con domande e pressanti inquadrature fotografiche, serviva man mano a farlo scaricare e calmarsi. La sua non era una vera lingua in quei momenti. Parlava in francese, inglese e italo-toscano allo stesso tempo. La sua vera lingua erano i gesti, il mimare in modo palese situazioni e fatti estremi che avevano marcato la sua giornata di corsa. Lo faceva con il giornalista dell’Equipe o con l’ultimo dei più umili giornalisti stranieri. Ma quello che preferiva era ripetersi ancora con Piero, con Paolo e comunque con i suoi preferiti italiani. Quasi i suoi confidenti. Non importava se si stesse nuovamente ripetendo. Solo allora in effetti gli sembrava vero e definitivo quello che c’era da raccontare quella giornata di pista. Ed io lo riascoltavo ancora una volta con le sue frasi mangiate in bocca, i suoi gesti, i suoi sguardi profondi con quegli occhi da lupo sempre vigili e profondi. Erano le foto più belle, Quando tutto finiva ed anche i suoi meccanici avevano capito tutto, quando l’avevano complimentato o confortato con i loro “domani andrà meglio vedrai” Lui mi cercava con lo sguardo per capire se poteva togliersi la giacca o se doveva posare qualche altra foto. Lui lo sapeva e godeva di quei momenti. Era sempre disponibile. Magari era sudato all’inverosimile e puzzava davvero come un “cinghiale” ma non importava. Ad Atar, in Mauritania, lui arrivò da vincitore di tappa. Eravamo a metà gara ormai. Avendo vinto la tappa del giorno, gli proposi alcuni scatti speciali da inviare a Gazzetta e a Motosprint che era in chiusura. Lui si concesse con un sorriso incredibile ed un gesto con la mano che non mi aspettavo. Non mi mostrò il pollice della mano come fanno i vincitori. L’aprì e con un grande gesto di saluto, di cordiale arrivederci, sorrise ancora una volta. Era scritto allora! Lui aveva detto più volte che arrivando a Dakar la sua carriera di corridore sarebbe finita li. Forse quel gesto significava ancora una volta questo. La Dakar è passata troppo lentamente e pesantemente. Ho trovato solitudine e rammarico ad aspettarmi sul sale del Lago Rosa. Tanti fantasmi e tanto vuoto dentro. “Faccio quello che amo di più al mondo: corro in Africa!” Adesso ci sono solo le foto. Tristi. |