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I campioni della 500, a tu per tu con Doohan, Rainey, Schwantz
e Criville.
Come tutti gli appassionati di motociclismo anche chi scrive
ha passato gran parte della sua infanzia e tutta l’adolescenza
attaccato a giornali, riviste, trasmissioni televisive che
in qualche maniera parlassero di Motomondiale. Come molti
altri anche io avevo la camera tappezzata di adesivi dei miei
campioni, poster appesi alle pareti e fotografie ritagliate
dei giornali in giro per la cameretta. In quelle foto, in
quelle immagini osannate, c’erano, nella maggior parte
dei casi questi quattro uomini che hanno incontrato la stampa
alla vigilia del Gp di Catalunya. Mick Doohan, Wayne Rainey,
Kevin Schwantz e Alex Criville, sono seduti davanti a una
platea di operatori dell’informazione, telecamere e
macchine fotografiche, viste tutte insieme solo al G8 su Sea
Island.
Il moderatore inizia, annuncia i quattro nomi, i giornalisti
si alzano e applaudono. E’ l’omaggio di tanta
gente che insieme e grazie a questi campioni hanno portato
a casa le notizie e lo stipendio. Viene la pelle d’oca.
Quei quattro miti, ora sono lì, in carne ed ossa, seduti
al tavolo dove i Valentino Rossi di oggi fanno le conferenze
pre e post gara. Quattro che insieme fanno quarant’anni
di carriera, una quantità di titoli mondiali, di pole
position, di podi e di punti conquistati da far chiudere baracca
e burattini a tanti giovani virgulti che si aggirano nel paddok.
Raney è il primo a parlare. Biondo, come sempre, capelli
lunghi e visibilmente ingrassato è il ritratto dell’uomo
rilassato che se non fosse per quel tavolo al quale sta davanti
ti aspetteresti di vederlo alzarsi a fine conferenza. Ma Wayne
è uno di quelli che non ha fatto del suo incidente
un motivo per rilassarsi, per deprimersi. I suoi occhi sono
vispi e consapevoli. “Dal ’93 (data dell’incidente
a Misano che lo paralizzò, n.d.r.) ho tanto tempo a
disposizione – scherza Rainey – certo ora mi sto
godendo la vita lontano da questo circo, ma vedo le cose non
sono cambiate, anzi mi sembra che i problemi siano sempre
quelli. Le moto sono cresciute tanto, lo spettacolo è
aumentato, le velocità sono aumentate e con loro anche
i pericoli. Le moto di oggi, in confronto alle nostre 500
accelerano di più, non c’è il tempo di
distrarsi, tutti devono stare più attenti. Le 500 perdonavano
di meno, erano più scorbutiche, quando aprivamo il
gas non sapevamo quello che succedeva, azzardavamo, e a volte
ci andava bene, qui le motogp perdonano di più. Purtroppo,
poi, ho poche occasioni per vivere il paddok, le gare le vedo
per lo più a casa in tv, ma in America non è
come in Europa, dove oltre alla gara ti fanno vedere anche
le prove ed è un peccato perché mi perdo tanto
dello spettacolo…” Rainey finisce di parlare,
il microfono, bizzoso passa ad un altro biondino, Kevin Schwantz
che riprende il discorso del connazionale. “Sembra tutto
così facile oggi – dice Kevin – ma non
è certamente così. In questo sport gli infortuni
fanno parte del gioco, tutti lo sanno. Lavoro con Suzuki in
America come consulente per la Superbike, ho scuole di guida
negli Usa, in Germania e Giappone. Faccio gare in supermotard
e mi diverto come un matto, oltretutto questo mi tiene allenato
ad assaggiare l’asfalto. Mi diverto, e mi divertivo.
La mia gara migliore, quella del ’91a Suzuka quando
partii davanti da semi-sconosciuto e arrivai davanti, credo
che nessuno si aspettasse questo. Se Valentino avesse corso
con noi avrebbe dovuto essere in forma come lo eravamo all’epoca
quando gli incidenti li sentivamo tutti.” Scatta l’applauso,
cambia ancora di mano il microfono, ora è il turno
di Doohan. “Io sono fortunato – dice il cinque
volte campione del mondo della 500 – perché molto
spesso ho la fortuna di vedere le gare dai box, non come Wayne
che vede quel poco trasmesso dalla tv americana.” Tutti
sorridono. “In effetti la tecnologia avanza, i piloti
hanno a disposizione materiale migliore, gomme migliori, ma
quello che è bello che non cambi è lo spirito
competitivo, lo stesso che ha animato le lotte tra me e piloti
come Criville, Rainey, Schwantz con i quali ho avuto l’onore
di gareggiare. Senza questo ingrediente, non credo che si
possa andare avanti, il pilota insieme alla moto, certamente,
fanno ancora la differenza.” Anche qui l’applauso
arriva, scrosciante, mentre Criville inizia a parlare. “Sono
contento – dice Alex – di non correre oggi, ma
ricordo bene quando ho iniziato nel ’92, quando tutto
era un sogno e poi quando nel ’96 divenni compagno squadra
di Doohan. Oggi sono seduto di nuovo a questo tavolo e sono
contento così…Ho ancora voglia di guidare, ma
queste moto sono difficili da portare al 100%, oggi girerei
a 5 secondi dai piloti migliori. Mi va bene così, sono
padre, mi godo la famiglia. Per quanto riguarda la lotta per
il titolo quest’anno, Rossi si deve guardare da Gibernau
che ora è più equilibrato ed ha una Honda, che
è più veloce della moto di Vale.” Il tempo
a disposizione finisce, un lungo e conclusivo applauso copre
la ritirata di questi campioni di sempre, venuti a testimoniare
un’epoca passata con la miscela.
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